knowledge worker - quanto vale?

Da anni ormai è in moto una gigantesca macchina retrorica che lavora attorno al concetto di società della conoscenza e del knowledge worker. Molti proclami, ma poche informazioni affidabili e scarse argomentazioni.
A leggere quello che si trova facilmente in rete sembra quasi che non esistano altri tipi di lavoro, ma le cose non stanno così:

  1. abbiamo visto che le statistiche sul lavoro non li registano affatto in quanto tali perchè non esitono contratti di lavoro specifici per “lavoratori delle conoscenza” e che i lavori oggi più richiesti sono di tutt’altro genere. Le decisoni politiche che influenzano il mercato del lavoro vengono prese (in parte) sulla base di queste statistiche e quindi stentano a tenerne conto in termini realistici.
  2. Esiste una confusione terribile tra valore etico e valore economico del lavoro. Il primo si riferisce al fatto che chi è un gran lavoratore è anche una persona stimabile e gli altri no. Questo significa che per essere “brave persone” e quindi anche auto-stimarsi bisogna accettare lavori sottopagati senza fiatare. Questa idea è stata incorporata in larghi strati della società e porta a “scelte” professionali decisamente autolesioniste sul piano economico.
  3. Il metodo più adottato per calcolare il valore del lavoro fa riferimento alle ore di “presenza” sul luogo di lavoro. Questo è un sistema semplice a pratico, ma non ci dice nulla sul valore economico del lavoro e meno che mai sui lavori “knowledge” per i quali non si presta affatto.
  4. Non esiste, del resto, un metodo specifico, alternativo e largamente accettato per calcolare il valore economico dei lavori ad alta intensità di conscenza.
  5. Come se non bastasse il valore economico di qualsiasi lavoro dipende oggi soprattutto dal grado di concorrenza al quale è esposto sul mercato del lavoro, più che dalle sue caratterstiche interne. Se avete due lauree, quattro master e parlate cinque lingue, ma siete sostituibili nel giro di una settimana perchè sono disponibili molti altri come voi il vostro lavoro, dal punto di vista economico, vale zero. Una conseguenza di questo è che per i knowledge workers, a parità di altre condizioni, è conveniente che la scuola sia molto elitaria.

Uno degli effetti più disastrosi della retorica dei knowledge workers consiste nel produrre un sistema di orientamento che spinge eserciti di giovani a spendere (non dico “investire”) molto tempo, soldi ed energie fisiche ed emotive nel tentativo di imboccare strade professionali che in realtà hanno scarsi sbocchi. Un solo esempio per tutti di questo stato di cose si trova in un articolo del Corriere che Matteo (grazie) mi ha segnalto stamattina:

Avrebbe dovuto essere il nuovo canale di reclutamento per gli insegnanti, capace di far superare una volta per tutte la vecchia logica dei concorsoni. E invece la Ssis, impronunciabile acronimo che indica la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, non è stata all’altezza delle aspettative. Di chi siano le colpe è difficile da stabilire. Ma i numeri non lasciano spazio a dubbi. Secondo un’elaborazione della Associazione nazionale presidi (Anp), basata su fonti ministeriali, nell’anno scolastico 2005-2006 meno di tre docenti su cento usciti da questi istituti poi finiscono effettivamente in cattedra. Su 34.777 docenti immessi in ruolo, in particolare, solo 985 provenivano dalla Scuola di specializzazione. Si tratta di un esiguo 2,83% di un pattuglione che dal 1999 a oggi conta ben 90mila aspiranti disoccupati, che si aggiungono al carrozzone dei precari storici. (leggi tutto)

Ora mi scontro con il limite principale dei Blog che non si prestano ad affrontare temi di questa complessità e infatti non li affronta nessuno perchè - anche ammesso di avere qualcosa da dire - bisognerebbe scrivere una specie di lungo romanzo d’appendice pubblicando “pensierini” a puntate.

Solo un’ultimo spunto prima di smetterla. Forse un modo ragionevole per ricominciare a pensare ai knowlege workers dovrebbe partire dal concetto di “lavoro decente” per poi verificare se e quanti lavori di questo tipo vi possono condurre e per quali vie. Il concetto di decent work è stato proposto formalmente dall’ ILO (International Labour Office) nel 1999 come concetto di riferimento generale per valutare le condizioni di lavoro nel mondo.

Due link per chi vuole approfondire:

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